lo sole
varar vedrallo le sue navi; e gli altri
a rimbarcarsi esorta, ché dell'alto
Ilio l'occaso non vedrem, dic'egli,
giammai: la mano del Tonante il copre,
e rincorârsi i Teucri. Ecco i suoi sensi,
che questi a me consorti, il grande Aiace
e i saggi araldi confermar ti ponno.
Il vegliardo Fenice è là rimasto
per suo cenno a dormir, onde dimani
seguitarlo, se il vuole, al patrio lido:
non farà forza al suo voler, se il niega.
D'alto stupor percossi alla feroce
risposta, tutti ammutoliro i duci,
e lunga pezza taciturni e mesti
si restâr. Finalmente in questi detti
proruppe il fiero Dïomede: Eccelso
sire de' prodi, glorïoso Atride,
non avessi tu mai né supplicato
né fatta offerta di cotanti doni
all'altero Pelìde. Era superbo
egli già per se stesso; or tu n'hai fatto
montar l'orgoglio più d'assai. Ma vada,
o rimanga, di lui non più parole.
Lasciam che il proprio genio, o qualche iddio
lo ridesti alla pugna. Or secondiamo
tutti il mio dir. Di cibo e di lïeo,
fonte d'ogni vigor, vi ristorate,
e nel sonno immergete ogni pensiero.
Tosto che schiuda del mattin le porte
il roseo dito della bella Aurora,
metti in punto, o gran re, fanti e cavalli
nanzi alle navi, e a ben pugnar gl'istiga,
e combatti tu stesso alla lor testa.
Disse, e tutti applaudîr lodando a cielo
l'alto parlar di Dïomede i regi;
e fatti i libamenti, alla sua tenda
s'incamminò ciascuno. Ivi le stanche
membra accolser del sonno il dolce dono.

Misera! in Argo all'insolente cenno
d'una straniera tesserai le tele.
Dal fonte di Messìde o d'Iperèa,
(ben repugnante, ma dal fato astretta)
alla superba recherai le linfe;
e vedendo talun piovere il pianto
dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre
l'alta consorte, di quel prode Ettorre
che fra' troiani eroi di generosi
cavalli agitatori era il primiero,
quando intorno a Ilïon si combattea.
Così dirassi da qualcuno; e allora
tu di nuovo dolor l'alma trafitta
più viva in petto sentirai la brama
di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
ch'io di te schiava i lai pietosi intenda.
Così detto, distese al caro figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l'elmo orribilmente ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de' Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla battaglia
dell'armi onusto de' nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte il padre:
E il cor materno nell'udirlo esulti.
Così dicendo, in braccio alla diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.
Di secreta pietà l'alma percosso
riguardolla il marito, e colla mano
accarezzando la dolente: Oh! disse,
diletta mia, ti prego; oltre misura
non attristarti a mia cagion. Nessuno,
se il mio punto fatal non giunse ancora,
spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,
sia vil, sia forte, si sottragge al fato.
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
alla spola, al pennecchio, e delle ancelle
veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo
fra le dardanie mura, a me primiero
lascia i doveri dell'acerba guerra.
Raccolse al terminar di questi accenti
l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,
e muta alla magion la via riprese
l'amata donna, riguardando indietro,
e amaramente lagrimando. Giunta
agli ettorei palagi, ivi raccolte
trovò le ancelle, e le commosse al pianto.
Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre
nella casa d'Ettòr le dolorose,
rivederlo più mai non si sperando
reduce dalla pugna, e dalle fiere
mani scampato de' robusti Achei.
Non producea gl'indugi in questo mezzo
dentro l'alte sue soglie il Prïamìde
Paride: e già di tutte rivestito
le sue bell'armi, d'Ilio folgorando
traversava le vie con presto piede.
Come destriero che di largo cibo
ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi
del fiume avvezzo alla bell'onda, alfine
rotti i legami per l'aperto corre
stampando con sonante ugna il terreno:
scherzan sul dosso i crini, alta s'estolle
la superba cervice, ed esultando
di sua bellezza, ai noti paschi ei vola
ove amor d'erbe o di puledre il tira;
tale di Priamo il figlio dalla rocca
di Pergamo scendea tutto nell'armi
esultante e corrusco come sole.
Sì ratti i piedi lo portâr, ch'ei tosto
il germano raggiunse appunto in quella
che dal tristo parlar si dipartìa
della consorte. Favellò primiero
Paride, e disse: Alla tua giusta fretta
fui di lungo aspettar forse cagione,
venerando fratello, e non ti giunsi
sollecito, tem'io, come imponesti.
Generoso timor! rispose Ettorre;
null'uom, che l'opre drittamente estimi,
darà biasmo alle tue nel glorioso
mestier dell'armi; ché tu pur se' prode.
Ma, colpa del voler, spesso s'allenta
la tua virtude, e inoperosa giace.
Come dall'armi ritirarsi il vide,
diè un alto grido Ettorre, e rincorando
Troiani e Licii e Dardani tonava:
Uomini siate, amici, e richiamate
l'antica gagliardìa: lasciato ha il campo
quel fortissimo duce, e a me promette
l'Olimpio Giove la vittoria. Or via
gli animosi cornipedi spingete
dirittamente addosso ai forti Achivi,
e acquisto fate d'immortal corona.
Disse, e in tutti destò la forza e il core.
Come buon cacciator contra un lïone
o silvestre cignale il morso aizza
de' fier molossi, così l'ira instiga
de' magnanimi Troi contro gli Achivi
il Prïamide Marte: ed ei tra' primi
intrepido si volve, e nel più folto
della mischia coll'impeto si spinge
di sonante procella che dall'alto
piomba e solleva il ferrugineo flutto.
Allor chi pria, chi poi fu messo a morte
dal Prïamide eroe, quando a lui Giove
fu di gloria cortese? Assèo da prima,
Autònoo, Opìte, e Dòlope di Clito,
Ofeltio ed Agelao, Esimno, ed Oro
e il bellicoso Ippònoo. Fur questi
i dànai duci che il Troiano uccise:
dopo lor, molta plebe. Come quando
di Ponente il soffiar l'umide figlie
di Noto aggira, e con rapido vortice
le sbatte irato: il mar gonfiati e crebri
volve i flutti, e dal turbo in larghi sprazzi
sollevata diffondesi la spuma:
tal Ettore cader confuse e spesse
fa le teste plebee. Disfatta intera
allor sarìa seguìta, e colla strage
de' fuggitivi ineluttabil danno,
se con questo parlar l'accorto Ulisse
non destava il valor di Dïomede.
Magnanimo Tidìde, e qual disdetta
della nostra virtù ci toglie adesso
la ricordanza? Or su; ti metti, amico,
al mio fianco, e tien fermo: onta sarebbe
lasciar che piombi su le navi Ettorre.
E Dïomede di rincontro: Io certo
rimarrò, pugnerò; ma vano il nostro
sforzo sarà, ché la vittoria ai Teucri
dar vuole, non a noi, Giove nemico.
Disse; e coll'asta alla sinistra poppa
Timbrèo percosse, e il riversò dal carro.
Ulisse uccise Molïon, guerriero
d'apparenza divina, e valoroso
del re Timbrèo scudiero. E spenti questi,
si cacciâr nella turba, simiglianti
a due cinghiali di gran cor, che il cerchio
sbarattano de' veltri; e impetuosi
voltando faccia sgominaro i Teucri,
sì che fuggenti dall'ettòreo ferro
preser conforto e respirâr gli Achivi.
Combattean fra le turbe alti sul carro
fortissimi campioni i due figliuoli
di Merope Percòsio. Il genitore,
celebrato indovino, avea dell'armi
il funesto mestier loro interdetto.
Non l'obbediro i figli, e la possanza
seguîr del fato che traeali a morte.
Coll'asta in guerra sì famosa entrambi
gl'investì Dïomede, e colla vita
dell'armi li spogliò, mentre per mano
cadean d'Ulisse Ippòdamo e Ipiròco.
Contemplava dall'Ida i combattenti
di Saturno il gran figlio, e nel suo senno
equilibrava tuttavia la pugna,
e l'orror della strage. Infurïava
pedon tra' primi battaglianti il figlio
di Peone Agastròfo, e non avea
l'incauto eroe dappresso i suoi corsieri,
onde all'uopo salvarsi; ché in disparte
lo scudier li tenea. Mirollo, e ratto
l'assalse Dïomede, e all'anguinaglia
lo ferì di tal colpo che l'uccise.
Cader lo vide Ettorre, e tra le file
si spinse alto gridando, e lo seguièno
le troiane falangi. Al suo venire
turbossi il forte Dïomede, e vòlto
ad Ulisse, dicea: Ci piomba addosso
del furibondo Ettorre la ruina.
Stiam saldi, amico, e sosteniam lo scontro.
Disse, e drizzando alla nemica testa
la mira, fulminò l'asta vibrata,
e colse al sommo del cimier; ma il ferro
fu respinto dal ferro, e non offese
la bella fronte dell'eroe, ché il lungo
triplice elmetto l'impedì, fatato
dono d'Apollo. Sbalordì del colpo
Ettore, e lungi riparò tra' suoi.
Qui cadde su i ginocchi, puntellando
contro il suol la gran palma, e tenebroso
su le pupille gli si stese un velo.
Ma mentre corre a ricovrar Tidìde
per l'impeto d'un sol, del fiero Ettorre
che in suo furore intollerando omai
passa ogni modo, e ne fa troppe offese!
A cui la Diva dalle glauche luci
Minerva rispondea: Certo perduta
avrìa costui la furia e l'alma ancora,
a giacer posto nella patria terra
dal valor degli Achei; ma quel mio padre
di sdegnosi pensier calda ha la mente,
sempre avverso, e de' miei forti disegni
acerbo correttor; né si rimembra
quante volte servar gli seppi il figlio
dai duri d'Euristèo comandi oppresso.
Ei lagrimava lamentoso al cielo,
e me dal cielo allora ad aïtarlo
Giove spediva. Ma se il cor prudente
detto m'avesse le presenti cose,
quando alle ferree porte il suo tiranno
l'invïò dell'Averno a trar dal negro
Erebo il can dell'abborrito Pluto,
ei, no, scampato non avrìa di Stige
la profonda fiumana. Or m'odia il padre,
e di Teti adempir cerca le brame,
che lusinghiera gli baciò il ginocchio,
e accarezzògli colla destra il mento,
d'onorar supplicandolo il Pelìde
delle cittadi atterrator. Ma tempo,
sì, verrà tempo che la sua diletta
Glaucòpide a chiamarmi egli ritorni.
Or tu vanne, ed il carro m'apparecchia
co' veloci cornipedi, ché tosto
io ne vo dentro alle paterne stanze,
e dell'armi mi vesto per la pugna.
Vedrem se questo Ettòr, che sì superbo
crolla il cimiero, riderà quand'io
nel folto apparirò della battaglia.
Qualcun per certo de' Troiani ancora
presso le navi achee satolli e pingui
di sue polpe farà cani ed augelli.
Disse; né Giuno ricusò, ma corse
ai divini cavalli, e d'auree barde
in fretta li guarnìa, Giuno la figlia
del gran Saturno, veneranda Diva.
D'altra parte Minerva il rabescato
suo bellissimo peplo, delle stesse
immortali sue dita opra stupenda,
sul pavimento dell'Egìoco padre
lasciò cader diffuso; ed indossando
del nimbifero Giove il grande usbergo,
tutta s'armava a lagrimosa pugna.
Sul rilucente cocchio indi salita
impugnò la pesante e poderosa
gran lancia, ond'ella, allor che monta in ira,
di forte genitor figlia tremenda,
le schiere degli eroi rovescia e doma.
Stimolava Giunon velocemente
colla sferza i destrieri, e tosto fûro
alle celesti soglie, a cui custodi
vegliano l'Ore che il maggior de' cieli
hanno in cura e l'Olimpo, onde sgombrarlo
o circondarlo della sacra nube.
Cigolando s'aprîr per sé medesme
l'eteree porte, e docili al flagello
spinser per queste i corridor le Dive.
Come Giove dal Gàrgaro le vide,
forte sdegnossi, ed Iri a sé chiamando
ali-dorata Dea, Vola, le disse,
Iri veloce, le rivolgi indietro,
e lor divieta il venir oltre meco
ad inegual cimento. Io lo protesto,
e il fatto seguirà le mie parole,
io loro fiaccherò sotto la biga
i corridori, e dall'infranto cocchio
balzerò le superbe, e delle piaghe
che loro impresse lascerà il mio telo,
né pur due lustri salderanno il solco.
Saprà Minerva allor qual sia stoltezza
il cimentarsi col suo padre in guerra.
Quanto a Giunon, m'è forza esser con ella
meno irato: gli è questo il suo costume
di sempre attraversarmi ogni disegno.
Disse; ed Iri a portar l'alto messaggio
mosse veloce al par delle procelle;
ed ascesa dall'Ida al grande Olimpo
di molti gioghi altero, e su le soglie
incontrate le Dee, sì le rattenne,
e lor di Giove le parole espose:
Dove correte? Che furore è questo?
Sostate il piè, ché il dar soccorso ai Greci
nol vi consente Giove. Le minacce
dell'alto figlio di Saturno udite,
che fian messe ad effetto. Ei sotto il carro
storpieravvi i destrieri, e dall'infranto
carro voi stesse balzerà, né dieci
anni le piaghe salderan che impresse
lasceravvi il suo telo; e tu, Minerva,
allor saprai qual sia demenza il farti
al tuo padre nemica. Né con Giuno,
sempre usata a turbargli ogni disegno,
tanto s'adira, ei no, quanto con teco,
sopra il suo cocchio, allor t'avanza. Avrai
tal da Giove un vigor ch'anco alle navi
la strage spingerai, finché la sacra
ombra si stenda su la morta luce.
Disse, e sparve. L'eroe balza dal cocchio
risonante nell'armi, e nella mano
palleggiando la lancia il campo scorre,
e raccende la pugna. Allor destossi
grande conflitto. Rivoltaro i Teucri
agli Achivi la faccia, e di rincontro
le lor falangi rinforzâr gli Achivi.
Venuti a fronte, rinnovossi il cozzo,
e primiero si mosse Agamennóne
innanzi a tutti di pugnar bramoso.
Muse dell'alto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite chi primier si spinse
o troiano guerriero od alleato
contro il supremo Atride. Ifidamante,
d'Antenore figliuolo, un giovinetto
d'altere forme e di gran cor, nudrito
nell'opima di greggi odrisia terra.
L'educò bambinetto in propria casa
della bella Teano il genitore
Cissèo l'avo materno, e maturati
di glorïosa pubertate i giorni
sposo alla figlia il diè. Ma colta appena
d'Imen la rosa, al talamo strappollo
da dodici navigli accompagnato
della venuta degli Achei la fama.
Quindi lasciate alla percopia riva
le sue navi, pedone ad Ilio ei venne,
e primo si piantò contro l'Atride.
Giunti al tiro dell'asta, Agamennóne
vibrò la sua, ma in fallo. Ifidamante
appuntò l'avversario alla cintura
sotto il torace, e colla man robusta
di tutta forza l'asta sospingea;
ma non valse a forarne il ben tessuto
cinto, e spuntossi nell'argentea lama
l'acuta punta, come piombo fosse.
A due mani l'afferra allor l'Atride
con ira di lïone, a sé la tira,
gliela svelle dal pugno; e tratto il brando,
lo percuote alla nuca, e lo distende.
Sì cadde, e chiuse in ferreo sonno i lumi.
Miserando garzon! venne a difesa
del patrio suolo e vi trovò la morte:
né gli compose i rai la giovinetta
consorte, né di lei frutto lasciava
che il ravvivasse; e sì l'avea con molti
doni acquistata: perocché da prima
di cento buoi dotolla, e mille in oltre
madri promise di lanute torme
che numerose gli pasceva il prato.
Spoglia Atride l'ucciso, e le bell'armi
ne porta ovante fra le turbe achee.
Come vide Coon morto il fratello,
(d'Antenore era questi il maggior figlio
e guerriero di grido), una gran nube
di dolor gl'ingombrò la mente e gli occhi.
Ponsi in agguato con un dardo in mano
al re di costa, e vibra. A mezzo il braccio
conficcossi la punta sotto il cubito,
e trapassollo. Inorridì del colpo
l'Atride regnator; ma non per questo
abbandona la pugna; anzi più fiero
colla salda dagli Euri asta nudrita
avventossi a Coon che frettoloso
dell'amato fratello Ifidamante
d'un piè traea la salma, alto chiedendo
de' più forti l'aita. Lo raggiunge
in quell'atto l'Atride, e sotto il colmo
dello scudo gli caccia impetuoso
la zagaglia, e l'atterra. Indi sul corpo
d'Ifidamante il capo gli recide.
Così n'andâr, compiuto il fato, all'Orco
per man d'Atride gli antenòrei figli.
Finché fu calda la ferita, il sire
coll'asta, colla spada e con enormi
ciotti la pugna seguitò; ma come
stagnossi il sangue, e s'aggelò la piaga,
d'acerbe doglie saettar sentissi.
Qual trafigge la donna, al partorire,
l'acuto strale del dolor, vibrato
dalle figlie di Giuno alme Ilitìe,
d'amare fitte apportatrici; e tali
eran le punte che ferìan l'Atride.
Salì dunque sul carro, ed all'auriga
comandò di dar volta alla marina,
e cruccioso elevando alto la voce,
Prenci, amici, gridava, e voi valenti
capitani de' Greci, allontanate
dalle navi il conflitto, or che di Giove
non consente il voler ch'io qui compisca,
combattendo co' Teucri, il giorno intero.
Disse, e l'auriga flagellò i destrieri
verso le navi; e quei volâr spargendo
le belle chiome all'aura; e il petto aspersi
d'alta spuma e di polve in un baleno
fuor del campo ebber tratto il re ferito.
e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto
chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero
il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio
Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,
salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi
sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre
agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando
dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,
che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego udito;
o supplicate ad alta voce ancora,
se sì vi piace, ché nessuno io temo,
né guerriero v'avrà che mio malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in Salamina,
né il chiaro sangue di che nato io sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi
e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto
Aiace si vestiva: e poiché tutte
l'ebbe assunte dintorno alla persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana
roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta crollando
che lunga sul terren l'ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema
il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,
prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al petto
enorme scudo il Telamònio eroe
féssi avanti al Troiano, e minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or chiaro
saprai da solo a sol quai prodi ancora
rimangono agli Achei dopo il Pelìde
cuor di lïone e rompitor di schiere.
Irato coll'Atride egli alle navi
neghittoso si sta; ma noi siam tali,
che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamònio Aiace,
rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
come a imbelle fanciullo o femminetta
cui dell'armi il mestiero è pellegrino?
E anch'io trattar so il ferro e dar la morte,
e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo,
quando improvviso dalla tracia tana
di Ponente sorgiunge e d'Aquilone
l'impetuoso soffio; alto s'estolle
l'onda, e si sparge di molt'alga il lido:
tale è l'interna degli Achei tempesta.
Sovra ogni altro l'Atride addolorato
di qua, di là s'aggira, ed agli araldi
comanda di chiamar tutti in segreto
ad uno ad uno i duci a parlamento.
Come fûro adunati, e mesti in volto
s'assisero, levossi Agamennóne.
Lagrimava simìle a cupo fonte
che tenebrosi da scoscesa rupe
versa i suoi rivi; e dal profondo seno
messo un sospiro, cominciò: Diletti
principi Argivi, in una ria sciagura
Giove m'avvolse. Dispietato! ei prima
mi promise e giurò che al suol prostrate
d'Ilio le mura, glorïoso in Argo
avrei fatto ritorno; ed or mi froda
indegnamente, e dopo tante in guerra
estinte vite, di partir m'impone
inonorato. Il piacimento è questo
del prepotente nume, che già molte
spianò cittadi eccelse, e molte ancora
ne spianerà, ché immenso è il suo potere.
Dunque al mio detto obbediam tutti, al vento
diam le vele, fuggiamo alla diletta
paterna terra, ché dell'alta Troia
lo sperato conquisto è vana impresa.
Ammutîr tutti a queste voci, e in cupo
lungo silenzio si restâr dolenti
i figli degli Achei. Lo ruppe alfine
il bellicoso Dïomede, e disse:
Atride, al torto tuo parlar col vero
libero dir, che in libero consesso
lice ad ognun, risponderò. Tu m'odi
senza disdegno. Osasti, e fosti il primo,
alla presenza degli Achei pur dianzi
vituperarmi, e imbelle dirmi, e privo
d'ogni coraggio, e l'udîr tutti. Or io
dico a te di rimando, che se Giove
l'un ti diè de' suoi doni, l'onor sommo
dello scettro su noi, non ti concesse
l'altro più grande che lo scettro, il core.
Misero! e speri sì codardi e fiacchi,
come pur cianci, della Grecia i figli?
Se il cor ti sprona alla partenza, parti;
sono aperte le vie; le numerose
navi, che d'Argo ti seguîr, son pronte:
ma gli altri Achivi rimarran qui fermi
all'eccidio di Troia; e se pur essi
fuggiran sulle prore al patrio lido,
noi resteremo a guerreggiar; noi due
Stènelo e Dïomede, insin che giunga
il dì supremo d'Ilion; ché noi
qua ne venimmo col favor d'un Dio.
Tacque; e tutti mandâr di plauso un grido,
del Tidìde ammirando i generosi
sensi; e di Pilo il venerabil veglio
surto in piedi dicea: Nelle battaglie
forte ti mostri, o Dïomede, e vinci
di senno insieme i coetani eroi.
Né biasmar né impugnar le tue parole
potrà qui nullo degli Achei: ma pure,
benché retti e prudenti e di noi degni,
non ferîr giusto i tuoi discorsi il segno.
Giovinetto se' tu, sì che il minore
esser potresti de' miei figli. Io dunque
che di te più d'assai vecchio mi vanto,
dironne il resto, né il mio dir veruno
biasmerà, non lo stesso Agamennóne.
È senza patria, senza leggi e senza
lari chi la civile orrenda guerra
desidera. Ma giovi or della fosca
diva dell'ombre rispettar l'impero.
S'apprestino le cene, ed ogni scolta
vegli al fosso del muro, e questo sia
de' giovani il pensier. Tu, sommo Atride,
come a capo s'addice, accogli a mensa
i più provetti; e ben lo puoi, ché piene
le tende hai tu del buon lïeo che ognora
pel vasto mar ti recano veloci
l'achive prore dalle tracie viti.
Nulla all'uopo ti manca, ed al tuo cenno
tutto obbedisce. Congregati i duci,
apra ognun la sua mente, e tu seconda
il consiglio miglior, ché di consiglio
utile e saggio or fa mestier davvero.
Imminente alle navi è l'inimico,
pien di fuochi il suo campo. E chi mirarli
può senza tema? Questa fia la notte
che l'esercito perda, o lo conservi.
Disse, e tutti obbediro. Immantinente
uscîr di rilucenti armi vestite
le sentinelle. N'eran sette i duci;
il Nestoride prence Trasimede,
di Marte i figli Ascàlafo e Jalmeno,
Merïon, Dëipìro ed Afarèo
con Licomede di Creonte; e cento
assai valenti e in un sol cocchio ascesi,
Anchïalo e Meneste. Ebbe di loro
pietade il grande Telamonio Aiace,
e féssi avanti e stette, e la lucente
asta lanciando, Anfio colpì, che figlio
di Selago tenea suo seggio in Peso
ricco d'ampie campagne. Ma la nera
Parca ad Ilio il menò confederato
del re troiano e de' suoi figli. Il colse
sul cinto il lungo telamonio ferro,
e nell'imo del ventre si confisse.
Diè cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo
corse l'illustre vincitor; ma un nembo
i Troiani piovean di frecce acute
che d'irta selva gli coprîr lo scudo.
Ben egli al morto avvicinossi, e il petto
calcandogli col piè, la fulgid'asta
ne sferrò, ma dall'omero le belle
armi rapirgli non poteo: sì densa
la grandine il premea delle saette.
E temendo l'eroe nol circuisse
de' Troiani la piena, che ristretti
erano e molti e poderosi, e tutti
con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro
ad incalzarlo, a repulsarlo intesi,
ei benché forte e di gran corpo e d'alto
ardir diè volta, e si ritrasse addietro.
Mentre questi alle mani in questa parte
si travaglian così, nemico fato
contra l'illustre Sarpedon sospinse
l'Eraclide Tlepòlemo, guerriero
di gran persona e di gran possa. Or come
a fronte si trovâr quinci il nepote
e quindi il figlio del Tonante Iddio,
Tlepòlemo primiero così disse:
Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo
rozzo in guerra a tremar qua ti condusse?
È mentitor chi dell'Egìoco Giove
germe ti dice. Dal valor dei forti,
che nell'andata età nacquer di lui,
troppo lungi se' tu. Ben altro egli era
il mio gran genitor, forza divina,
cuor di leone. Qua venuto un giorno
a via menar del re Laomedonte
i promessi destrieri, egli con sole
sei navi e pochi armati Ilio distrusse,
e vedovate ne lasciò le vie.
Tu sei codardo, tu a perir qui traggi
i tuoi soldati, tu veruna aita,
col tuo venir di Licia, non darai
alla dardania gente; e quando pure
un gagliardo ti fossi, il braccio mio
qui stenderatti e spingeratti a Pluto.
E di rimando a lui de' Licii il duce:
Tlepòlemo, le sacre iliache mura
Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza
del frigio sire il meritò, che ingrato
al beneficio con acerbi detti
oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione
di sua venuta, gli negò. Ma i vanti
paterni non torran che la mia lancia
qui non ti prostri. Tu morrai: son io
che tel predìco, e a me l'onor qui tosto
darai della vittoria, e l'alma a Pluto.
Ciò detto appena, sollevaro in alto
i ferrati lor cerri ambo i guerrieri,
ed ambo a un tempo gli scagliâr. Percosse
Sarpedonte il nemico a mezzo il collo,
sì che tutto il passò l'asta crudele,
e a lui gli occhi coperse eterna notte.
Ma il telo uscito nel medesmo istante
dalla man di Tlepòlemo la manca
coscia ferì di Sarpedon. Passolla
infino all'osso la fulminea punta,
ma non diè morte, ché vietollo il padre.
Accorsero gli amici, e dal tumulto
sottrassero l'eroe che del confitto
telo di molto si dolea, né mente
v'avea posto verun, né s'avvisava
di sconficcarlo dalla coscia offesa,
onde espedirne il camminar: tant'era
del salvarlo la fretta e la faccenda.
Dall'altra parte i coturnati Achei
di Tlepòlemo anch'essi dalla pugna
ritraggono la salma. Al doloroso
spettacolo la forte alma d'Ulisse
si commosse altamente; e in suo pensiero
divisando ne vien s'ei prima insegua
di Giove il figlio, o più gli torni il darsi
alla strage de' Licii. Alla sua lancia
non concedean le Parche il porre a morte
del gran Tonante il valoroso seme.
Scagliasi ei dunque da Minerva spinto
nella folta dei Licii, e quivi uccide
l'un sovra l'altro Alastore, Cerano,
Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone
ed Alio: e più n'avrìa di lor prostrati
il divino guerrier, se il grande Ettorre
di lui non s'accorgea. Tra i primi ei dunque
processe di corrusche armi splendente,
Ma del braccio l'aita e della voce
a me tu pria, signor, prometti e giura:
perché tal che qui grande ha su gli Argivi
tutti possanza, e a cui l'Acheo s'inchina,
n'andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.
Quando il potente col minor s'adira,
reprime ei sì del suo rancor la vampa
per alcun tempo, ma nel cor la cova,
finché prorompa alla vendetta. Or dinne
se salvo mi farai. - Parla securo,
rispose Achille, e del tuo cor l'arcano,
qual ch'ei si sia, di' franco. Per Apollo
che pregato da te ti squarcia il velo
de' fati, e aperto tu li mostri a noi,
per questo Apollo a Giove caro io giuro:
nessun, finch'io m'avrò spirto e pupilla,
con empia mano innanzi a queste navi
oserà vïolar la tua persona,
nessuno degli Achei; no, s'anco parli
d'Agamennón che sé medesmo or vanta
dell'esercito tutto il più possente.
Allor fe' core il buon profeta, e disse:
né d'obblïati sacrifici il Dio
né di voti si duol, ma dell'oltraggio
che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,
che francargli la figlia ed accettarne
il riscatto negò. La colpa è questa
onde cotante ne diè strette, ed altre
l'arcier divino ne darà; né pria
ritrarrà dal castigo la man grave,
che si rimandi la fatal donzella
non redenta né compra al padre amato,
e si spedisca un'ecatombe a Crisa.
Così forse avverrà che il Dio si plachi.
Tacque, e s'assise. Allor l'Atride eroe
il re supremo Agamennón levossi
corruccioso. Offuscavagli la grande
ira il cor gonfio, e come bragia rossi
fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima
squadrò torvo Calcante, indi proruppe:
Profeta di sciagure, unqua un accento
non uscì di tua bocca a me gradito.
Al maligno tuo cor sempre fu dolce
predir disastri, e d'onor vote e nude
son l'opre tue del par che le parole.
E fra gli Argivi profetando or cianci
che delle frecce sue Febo gl'impiaga,
sol perch'io ricusai della fanciulla
Crisëide il riscatto. Ed io bramava
certo tenerla in signoria, tal sendo
che a Clitennestra pur, da me condutta
vergine sposa, io la prepongo, a cui
di persona costei punto non cede,
né di care sembianze, né d'ingegno
ne' bei lavori di Minerva istrutto.
Ma libera sia pur, se questo è il meglio;
ché la salvezza io cerco, e non la morte
del popol mio. Ma voi mi preparate
tosto il compenso, ché de' Greci io solo
restarmi senza guiderdon non deggio;
ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta
preda, il vedete, dalle man mi fugge.
O d'avarizia al par che di grandezza
famoso Atride, gli rispose Achille,
qual premio ti daranno, e per che modo
i magnanimi Achei? Che molta in serbo
vi sia ricchezza non partita, ignoro:
delle vinte città tutte divise
ne fur le spoglie, né diritto or torna
a nuove parti congregarle in una.
Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,
ché più larga n'avrai tre volte e quattro
ricompensa da noi, se Giove un giorno
l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia.
E a lui l'Atride: Non tentar, quantunque
ne' detti accorto, d'ingannarmi: in questo
né gabbo tu mi fai, divino Achille,
né persuaso al tuo voler mi rechi.
Dunque terrai tu la tua preda, ed io
della mia privo rimarrommi? E imponi
che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti
concedanmi gli Achivi altra captiva
che questa adegui e al mio desir risponda.
Se non daranla, rapirolla io stesso,
sia d'Aiace la schiava, o sia d'Ulisse,
o ben anco la tua: e quegli indarno
fremerà d'ira alle cui tende io vegna.
Ma di ciò poscia parlerem. D'esperti
rematori fornita or si sospinga
nel pelago una nave, e vi s'imbarchi
coll'ecatombe la rosata guancia
della figlia di Crise, e ne sia duce
alcun de' primi, o Aiace, o Idomenèo,
o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,
tremendissimo Achille, onde di tanto
sacrificante il grato ministero
il Dio ne plachi che da lunge impiaga.
Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:
Anima invereconda, anima avara,
chi fia tra i figli degli Achei sì vile
oggi, o palma otterrai d'entrambi i figli
d'Ippaso, e, spenti, n'avrai l'armi; o colto
tu dal mio telo perderai la vita.
Vibrò, ciò detto, e lo colpì nel mezzo
della salda rotella. Il vïolento
dardo lo scudo traforò, ficcossi
nella corazza, e gli stracciò sul fianco
tutta la pelle: non permise al ferro
l'addentrarsi di più Palla Minerva.
Conobbe tosto che letal non era
il colpo Ulisse; e retrocesso alquanto,
Sciagurato, rispose al suo nemico,
or sì che morte al varco ti raggiunse.
Mi togliesti, egli è vero, il poter oltre
pugnar co' Teucri, ma ben io t'affermo
che questa di tua vita è l'ultim'ora,
e che tu dalla mia lancia qui domo,
la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
Disse, e l'altro fuggiva. Al fuggitivo
scaglia Ulisse il suo cerro, e a mezzo il tergo
sì glielo pianta che gli passa al petto.
Diè d'armi un suono nel cadere, e il divo
vincitor l'insultò: Soco, del forte
Ippaso cavaliero audace figlio,
morte t'ha giunto innanzi tempo, e vana
fu la tua fuga. Misero! né il padre
gli occhi tuoi chiuderà né la pietosa
madre, ma densi a te gli scaveranno
gli avoltoi dibattendo le grandi ali
su la tua fronte; e me spento di tomba
onoreranno i generosi Achei.
Detto ciò, dalla pelle e dal ricolmo
brocchier si svelse del possente Soco
il duro giavellotto, e nel cavarlo
diè sangue, e forte dolorossi il fianco.
Visto il sangue d'Ulisse, i coraggiosi
Teucri l'un l'altro inanimando mossero
per assalirlo: ma l'accorto indietro
si ritrasse, e i compagni ad alta voce
chiamò. Tre volte a tutta gola ei grida,
tre volte il marzio Menelao l'intese,
e ad Aiace converso, Aiace, ei disse,
Telamònio regal seme divino,
sento all'orecchio risonarmi il grido
del sofferente Ulisse, e tal mi sembra
qual se, solo rimasto, ei sia da' Teucri
nel forte della mischia oppresso e chiuso.
Corriam, ché giusto è l'aitarlo: solo
fra nemici potrebbe il valoroso
grave danno patirne, e costerìa
la sua morte agli Achei molti sospiri.
Si mise in via, ciò detto, e lo seguiva
quel magnanimo, tale al portamento
che un Dio detto l'avresti: e il caro a Giove
Ulisse ritrovâr da densa torma
accerchiato di Teucri. A quella guisa
che affamate s'attruppano le linci
dintorno a cervo di gran corna, a cui
fisse lo strale il cacciator nel fianco,
e il ferito fuggì dal feritore
finché fu caldo il sangue e lesto il piede;
ma domo alfine dallo stral nel bosco
lo dismembran le linci; allor, se guida
colà fortuna un fier lïon, disperse
sfrattano quelle, ed ei fa sua la preda:
molta turba così di valorosi
Teucri intorno al pugnace astuto Ulisse
aggirasi; ma l'asta dimenando
l'eroe tien lungi la fatal sua sera.
E comparir tremendo ecco d'Aiace
il torreggiante scudo, eccolo fermo
dinanzi a quell'oppresso, e scombuiarsi
chi qua chi là per lo spavento i Teucri.
Per man lo prende allora il generoso
minor Atride, e fuor dell'armi il tragge
finché l'auriga i corridor gli adduca.
Ma il Telamònio eroe contra i Troiani
irrompendo, il Prïamide bastardo
Doriclo uccide; e poi Pandoco, e poi
Lisandro fiede e Piraso e Pilarte.
E come quando ruinoso un fiume,
cui crebbe l'invernal pioggia di Giove,
si devolve dal monte alla pianura,
e molte aride querce e molti pini
rotando spinge una gran torba al mare:
tal cavalli tagliando e cavalieri
l'illustre Aiace furïoso insegue
per lo campo i Troiani; e non per anco
n'aveva Ettorre udita la ruina,
ch'ei della zuffa sul sinistro corno
pugnava in riva allo Scamandro, dove
il cader delle teste era più spesso,
e infinito il clamor dintorno al grande
Nestore e al marzio Idomenèo. Qui stava
Ettore, e oprava orrende cose, e densa
colla lancia e col carro distruggeva
la gioventude achea. Né ancor per tanto
avrian gli Argivi abbandonato il campo,
se il bel marito della bella Elèna
Alessandro ritrar non fea dall'armi
Quindi è l'alto mio duol quando de' Teucri
per te solo infelici odo in tuo danno
le contumelie. Ma partiam, ché poscia
comporremo tra noi questa contesa,
se grazia ne farà Giove benigno
di poter lieti nelle nostre case
ai Celesti immortali offrir la coppa
dell'alma libertà, vinti gli Achei.

Libro Settimo
Così dicendo, dalle porte eruppe
seguìto dal fratello il grande Ettorre.
Ardono entrambi di far pugna: e quale
i naviganti allegra amico vento
che un Dio lor manda allor che stanchi ei sono
d'agitar le spumanti onde co' remi,
e cascano le membra di fatica;
tali al desìo de' Teucri essi appariro.
A prima giunta Paride stramazza
Menestio d'Arna abitatore, e figlio
del portator di clava Arëitòo,
a cui lo partorìa Filomedusa
per grand'occhi lodata. Ettore attasta
Eïoneo di lancia alla cervice
sotto l'elmetto, e morto lo distende.
Glauco, duce de' Licii, a un tempo istesso
d'un co